«Il risultato referendario di domenica 5 ottobre si presta ad essere valutato non tanto in relazione agli scontati effetti sulla conferma della legislazione regionale riguardante “Abbanoa” e la legge “salvacoste”, quanto invece circa la attuale precarietà dei rapporti tra cittadini ed istituzioni.

     I tre quesiti promossi da Forza Italia sono stati sorprendentemente ignorati dalla stragrande maggioranza dei Sardi. Eppure il partito di Berlusconi è appena reduce dall’eccellente risultato elettorale della scorsa primavera quando, per il rinnovo del Parlamento della Repubblica, ha raggiunto -in coalizione con Lega e AN- oltre il 47% dei voti (in Sardegna il 43%), tanti da consentirgli di governare senza il pur minimo ausilio dei partiti di minoranza.
     La vittoria referendaria apparterrebbe invece a quel Centro-Sinistra che si era trovato soccombente con il Partito del Popolo delle Libertà nel citato confronto elettorale di primavera. È pensabile che nel volgere di pochi mesi possa ribaltarsi una determinata situazione politica?

     È attendibile che l’80% dei non votanti (tale si aggira la percentuale di coloro che hanno disertato le urne in occasione del referendum) abbiano tutti inteso assecondare gli appelli di disimpegno lanciati dal Centro-Sinistra?

     A sentire le parti in contesa, ambedue sarebbero uscite vincenti dal confronto: l’una per l’aver saputo mobilitare oltre trecentomila elettori dalla sua parte pur in palese assenza di una informazione istituzionale e l’altra, per aver agito seguendo la logica di una persuasione passiva che si è rivelata utile a difendere dalle insidie referendarie la legislazione su “Abbanoa” e sulla legge “salvacoste”.

     È sconcertante però che non sia minimamente emersa una sola riflessione sui segnali allarmanti che provengono da un elettorato fondamentalmente disorientato e tendenzialmente diffidente anche nei confronti della proprie parti politiche. L’Istituto del Referendum è prezioso strumento di garanzie democratiche nel nostro ordinamento istituzionale; prova ne sia che fu determinante quando -nel giugno 1946- gli italiani scelsero la Repubblica, costringendo i reali di Casa Savoia all’esilio. In quella occasione furono oltre l’89% gli elettori ad essersi recati alle urne e grazie a quella scelta noi viviamo in una democrazia fondata su una Carta Costituzionale che pone al centro di ogni relazione economica, politica e sociale la dignità umana di ciascun cittadino.

     Oggi, dopo sessant’anni, non si raggiungono più quegli alti livelli di partecipazione popolare e i partiti, che svolgevano l’importante azione formativa di responsabilizzazione al senso civico del cittadino, hanno perso questa loro peculiarità perché -con la sopravvenienza di nuove agenzie formative ed informative- hanno mancato nella capacità di creare nuove sintesi socio-culturali preferendo ritrarsi in schemi politici elitari ed autoreferenziali non lealmente legati, in quanto tali, alle istanze della base sociale.

     Questi fenomeni sono seri indizi di una democrazia che, al di là di solenni proclami, va purtroppo progressivamente affievolendosi. Chi realmente crede nella difesa dei valori democratici ha il dovere di non sottovalutarli. È infatti nel DNA di qualunque classe al potere (amica o avversaria) la tendenza a divenire “casta” (non ci mancano gli esempi a destra e a sinistra). Sta al popolo l’impegnativo compito di dovervi attentamente vigilare sollecitando, se necessario, le più opportune ed adeguate riforme tali da vederlo costantemente protagonista.
     “Le riforme vengono sempre dal basso. Chi ha quattro assi in mano, non chiede carte” (the irish Digest – 1990)».

Tonino Baldino
Centro di Studi e Politica Toniolo
(ALGHERO.TV martedi 08 ottobre 2008)